Violinista pluripremiato, dal 1992 Francesco Manara è primo violino dell’Orchestra del Teatro alla Scala e dell’Orchestra Filarmonica della Scala. Fondatore del Trio Johannes, dal 2001 è primo violino del Quartetto d’Archi della Scala Quartetto d’Archi della Scala. Come spalla ha suonato con i più grandi direttori del momento e ha collaborato con orchestre tra le più prestigiose al mondo. Docente di violino presso l’Accademia della Scala, è stato giurato in competizioni internazionali.
Francesco Manara tiene dal 2024 presso l’Accademia di Musica un corso di perfezionamento di violino e ha diretto l’Orchestra da Camera Accademia in occasione di tre concerti. L’abbiamo intervistato nell’ambito di Professione Musicista per chiedergli suggerimenti e consigli utili ai nostri studenti, destinati a diventare la futura generazione di professionisti.
PROFESSIONE MUSICISTA: UN’INTERVISTA ESCLUSIVA A FRANCESCO MANARA
Quali sono le esperienze più significative che hanno caratterizzato il suo percorso formativo, in quale periodo della sua vita e perchè?
Considero la vita professionale legata a doppio filo alla vita in senso lato. La mia crescita artistica, così come quella umana è stata caratterizzata da alcuni incontri fondamentali, cito in ordine sparso, non necessariamente cronologico, a parte il primo che non è realmente un incontro, ma un dono che ho ricevuto dalla vita: mio padre, che mi ha fatto conoscere la musica; pur non essendo musicista (era avvocato), era un grande appassionato e cultore della musica classica, aveva una discoteca fornitissima e il suo hobby era ascoltare musica praticamente tutte le sere. Presto mi sono unito a lui e, grazie alle sue sapienti spiegazioni, sono giunto fin dalla tenera età ad avere una conoscenza profonda della musica. Solo per citare un esempio: in seconda elementare la maestra chiese di scrivere un tema libero, io, non sapendo cosa scrivere, ho riportato fedelmente tutto il primo atto del Macbeth di Giuseppe Verdi (il libretto di Francesco Maria Piave): a sette anni lo conoscevo a memoria! L’anno successivo ascoltavo il Tristano e Isotta con il libretto italiano e tedesco a fronte (senza conoscere il tedesco) e già riconoscevo tutti i vari leitmotiv. Quando a 10 anni decisi di intraprendere lo studio del violino (perché nell’immensa discoteca di mio padre vi erano anche le sonate e partite di Bach suonate da Szeryng, che sono diventate parte della colonna sonora della mia infanzia e che mi hanno fatto innamorare del suono del violino), conoscevo già gran parte del repertorio sinfonico, cameristico e operistico, senza ancora saper leggere la musica. Oltre ad ascoltare la musica sul divano insieme a mio padre presto iniziai ad accompagnarlo a teatro, insieme a mio zio (un altro incontro fondamentale). Ero abbonato alla Stagione della Rai torinese e in seguito alla Stagione dell’Unione Musicale; inoltre seguivo spesso le opere al Teatro Regio di Torino e ho avuto anche occasione di ascoltare alcune opere alla Scala. Tutto questo mi ha consentito di fare il percorso inverso al solito, in cui si acquisiscono prima le capacità musicale sullo strumento e dopo si comincia a conoscere il repertorio musicale, ovviamente nella migliore delle ipotesi.
Naturalmente poi ho dovuto recuperare dal punto di vista tecnico il fatto di aver iniziato relativamente tardi lo studio dello strumento, ma a questo ho sopperito facendone la mia principale ragione di vita, poi ho avuto la fortuna di fare altri incontri fondamentali, i miei primi Maestri: la Professoressa Quaglino e poi, subito dopo, suo nipote, il grande Maestro Massimo Marin, con il quale ho avuto la fortuna di studiare in Conservatorio a Torino per l’intero percorso di studi. Loro hanno contribuito a rafforzare la mia passione per il violino e per la musica e mi hanno insegnato come affrontare lo studio in maniera estremamente seria, ma anche molto creativa. Il maestro Marin, contrariamente alla quasi totalità dei suoi colleghi non era il tipo di maestro possessivo: è stato lui a spronarmi ad andare a conoscere altri grandi Maestri ancora durante il percorso degli studi, ben prima del diploma e così ho avuto la possibilità di incominciare a studiare con violinisti e didatti del calibro di Franco Gulli, Ruggero Ricci e Stephan Gheorghiu. Tutto questo è stato possibile anche grazie a un altro incontro, quello con Francesca Camerana e la De Sono che mi ha aiutato notevolmente in questo percorso. Poi, sempre con la Camerana, abbiamo individuato nella figura di Herman Krebbers una guida. Subito dopo il diploma da lui ho imparato tantissimo; era una perfetta sintesi di consigli tecnici e musicali conditi da esempi pratici che non lasciavano spazio a nessun tipo di dubbio.
Lui è stato anche un esempio del tipo di carriera che ho perseguito, essendo stato per tanti anni il Primo violino di spalla del Concertgebouw di Amsterdam, oltre che solista, camerista e didatta di fama internazionale.
Sicuramente da quando sono entrato alla Scala nel lontano 1992 ho avuto occasioni di fare altri numerosissimi e importantissime incontri, primo dei quali quello con Riccardo Muti, che mi ha “adottato” e ha contribuito notevolmente alla mia crescita musicale.
Torno un attimo indietro per chiarire che per me la famiglia (nel mio caso, oltre a mio padre, anche mia madre, mia nonna, mio fratello) ha un ruolo fondamentale nel sostenere quelli che possono essere i sogni del futuro musicista.
Un altro regalo che mi ha fatto la vita è stato l’incontro con la persona che poi è diventata mia moglie: un concerto nella lontana Colombia, sulla carta considerato un evento al quale guardare con una certa diffidenza, tra vaccini, paura di furti e di sequestri (era un periodo di forte tensione tra le forze armate delle Farc e l’esercito paramilitare) è stata l’occasione invece per farmi rubare “solamente” il cuore. Mia moglie insegna violoncello ai bambini usando il metodo Suzuki e, oltre a supportarmi, a sopportarmi e ad essere la mia adorata compagna di vita è la madre dei miei due splendidi figli, i regali più preziosi avuti dalla vita.
Ci racconta uno o due momenti determinanti della sua carriera? Cosa hanno rappresentato?
Sicuramente i momenti più determinanti della mia carriera sono stati la vittoria del Concorso di Primo violino solista alla Scala e i numerosi premi ottenuti nei concorsi solistici internazionali (il primo premio al Concorso Internazionale di Ginevra in primis), proprio perché sono stati l’inizio della mia carriera. Potrei citare anche tanti concerti solistici, cameristici e come spalla in orchestra con i più grandi direttori, concerti indimenticabili, ma proprio in considerazione del fatto che ritengo la carriera e la vita indissolubilmente legate tra loro, considero ancora più importante il momento in cui ho capito che offrire la musica per far star meglio le persone, quindi fare arrivare la musica anche nei posti più piccoli, con meno mezzi, o a persone meno fortunate, può essere più sano che continuare ad inseguire successi, fama e denaro.
L’ho capito strada facendo, maturando e ovviamente avendo l’opportunità per esempio di partecipare ai concerti delle Vie dell’Amicizia organizzate dal Ravenna Festival con la Filarmonica della Scala, soprattutto quando siamo stati a Sarajevo, suonando al fianco di musicisti che avevano vissuto da poco gli orrori della guerra,
o avendo avuto la fortuna di essere invitato ad insegnare in Venezuela per il famoso sistema inventato e voluto da Abreu per togliere i bambini dalle strade e dargli uno strumento in mano (al posto di un’arma) e un’opportunità di una vita diversa. Fondamentale è stata la collaborazione e la vicinanza con altri musicisti o persone illuminate con un grande cuore, naturalmente le origini profonde sino da ricercare anche negli incontri e nei regali che ho citato prima e nelle amicizie che ho frequentato.

Gli errori spesso sono dei grandi insegnamenti: se potesse tornare indietro cosa farebbe diversamente?
Spesso ci si chiede: “Come sarebbe andata se…”, ma oltre al fatto che “con i sé e con i ma non si fa la storia”, sono convinto che se è andata in questo modo e perché quella era sempre la decisione giusta da prendere. Errori banali e stupidi sicuramente ce ne sono stati: ad esempio dimenticare la busta contenente l’intero cachet di un concerto appena effettuato (molto ben pagato!) in un autogrill in Germania oppure dimenticare il mio precedente violino (un prezioso Guadagnini) sempre in un autogrill, stavolta in Italia: in questo caso però, fortunatamente, l’ho ritrovato tornando indietro qualche ora dopo…
Le decisioni importanti da prendere, lungo il cammino, sono sempre molte e talvolta si legano a filo doppio con le occasioni che si presentano. Cosa l’ha aiutata a non perdere l’orientamento?
Ritengo che per non perdere l’orientamento sia necessario allenarsi tutti i giorni a migliorare la connessione e favorire la cooperazione tra la testa e il cuore: la parola magica è equilibrio. Vale per la vita e per la musica, ovviamente…
Cosa consiglia ai ragazzi che si stanno perfezionando, oltre allo studio con grande passione e costanza?
Ai ragazzi che si stanno perfezionando consiglio alcune regole comportamentali che ho fatto mie e assimilato durante il mio lungo percorso. Provo a elencarle come mi vengono in mente:
- cercare di essere umili, invece di giudicare duramente gli altri; cercare di essere severi con se stessi, puntando al miglioramento continuo, evitando la dispersione di energia, che dovrebbe sempre essere costruttiva e mai negativa. Non perdere quindi l’occasione di imparare sempre da tutti, dai bravi musicisti e strumentisti si impara quello che si deve fare, da quelli meno bravi si impara quello che NON si deve fare. Il confronto con gli altri è necessario ed è sano per cercare di migliorare; i nostri peggiori nemici siamo sempre noi stessi. I mostri che tutti inevitabilmente abbiamo dentro sono il frutto delle nostre esperienze negative, fantasie, insoddisfazioni, frustrazioni.
- Non considerare il violino come un veicolo per dimostrare la propria bravura, ma condividere la bellezza della musica con gli altri e cercare di servire sempre il più possibile i grandi compositori, nei confronti dei quali tutti noi interpreti siamo infinitamente più piccoli.
- Non affrontare mai i concorsi e le audizioni con spirito competitivo, ma cercare di attuare una competizione con se stessi, cercando di suonare ogni volta meglio della precedente. Di fronte a un insuccesso provare sempre a cogliere l’opportunità di potersi rialzare più forti e motivati di prima. “Dalla caduta nasce l’ascesa” scriveva Victor Hugo, e io stesso ho imparato più dagli insuccessi e dalle critiche che dalle lodi e dalle vittorie.
- Non considerarsi mai arrivati, neanche dopo i successi più clamorosi. La vita è un’occasione unica per crescere e imparare, possibilmente fino all’ultimo giorno
- Cercare di gestire l’inevitabile ansia da prestazione, tramutandola in emozione positiva. La vita è fatta di emozioni, dobbiamo quindi renderla amica ed esserne grati e sfruttarla per fare ancora più musica da offrire a chi ci ascolta.
- Cercare di fare buon uso di tutti i mezzi tecnologici che ci vengono messi a disposizione, prima di tutto il cellulare: usarlo per la propria utilità, reperibilità e curiosità anche extra musicale (ascoltare audiolibri, vedere conferenze di storia e di filosofia, usarlo per tutto ciò che può servire per la propria crescita personale).
- Usare YouTube anche per conoscere più musica e più interpretazioni dei grandi musicisti: non è possibile che il 90% dei giovani violinisti a cui ho domandato non abbiano mai ascoltato (e in alcuni casi neppur sentito nominare) Arthur Grumiaux, Christian Ferras o Michael Rabin, o addirittura Milstein o Kogan, nella migliore delle ipotesi hanno cliccato qualche esecuzione di qualche violinista di oggi!
- Ascoltare anche musica di altri strumenti, sinfonica, cameristica e operistica e, perché no, anche altri generi, cercando, per quanto possibile, di fare scelte di qualità, non necessariamente (anzi, quasi mai) commerciali.
- Usare Wikipedia o Flaminio Online per informarsi sulle composizioni che si stanno affrontando e su quelle che si vogliono ascoltare o approfondire.
- Sconsiglio di usare invece il cellulare o il computer per fare mostra di sé e usarlo come un prolungamento del proprio ego…. Non dico di fare come me che non ho nè Facebook nè Instagram, tollero a malapena le e-mail e WhatsApp: possono essere un ottimo collante ma anche un’incredibile perdita di tempo, nonché un’altra inutile dispersione di energia, soprattutto quando dietro a una tastiera si comincia a perdere il rispetto per gli altri. Una delle persone che più stimo al mondo, mio fratello, addirittura ha scelto di non avere il cellulare, usa solo il computer per lavoro, in compenso ha sempre dietro almeno un libro da leggere.
- Considerare il silenzio e la propria persona un’ottima compagnia, spesso grazie a un po’ di sana solitudine si può cominciare a pensare a creare, perché no, anche a divertirsi, a curare il proprio corpo per essere più in salute oltre che, naturalmente a studiare e ad approfondire la tecnica e il repertorio. Io, per esempio, amo fare lunghe passeggiate a contatto con la natura e sono un appassionato cercatore di funghi.
- La compagnia degli animali, poi, può essere straordinaria, molto spesso considero un mio maestro il mio gatto. La sua sola presenza è in grado di migliorare il mio umore anche nelle giornate più storte e il suo esempio di fare esclusivamente le cose che gli piacciono spesso mi indica la via per prendere una decisione giusta
Ci sarebbero tanti altri consigli, ognuno deve individuare il consiglio giusto per se stesso, sempre in armonia prima di tutto con il rispetto per se stessi e per gli altri. Un’ultima cosa, non scontata: non dimenticarsi mai di ringraziare la vita. Siamo fortunati, abbiamo la possibilità di vivere a contatto con la Bellezza tutti i giorni e l’opportunità di fare del nostro lavoro il mestiere più bello del mondo. Nel caso poi non si riuscisse a vivere di sola musica possiamo sempre e comunque contare sulla ricchezza interiore che ci può donare, avere quindi una vita più felice e cercare, grazie ad essa, di essere delle persone migliori…
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